«Ma a Cuba i Pacs sono già in parlamento»
Parla Mariela Castro, figlia di Raul: «Rutelli ci accusa di perseguitare i
gay, ma discutiamo leggi impossibili da voi»

Emanuele Giordana* il manifesto 18.12.07
«Francesco Rutelli ha condannato a morte i gay cubani. Cuba no». La risolve
con una battuta in un largo sorriso Mariela Castro, figlia di Raul, capo
provvisorio dello stato di Cuba. Ma l’arrabbiatura è forte davvero. Qualche
giorno fa il vicepresidente del consiglio si è lasciato andare a
un’esternazione in cui ha abbinato Cuba e Iran in merito alle condanne a
morte contro i gay. «Ho letto di questo afflato missionario per liberare dal
rischio della pena capitale i gay iraniani e cubani. Mi sono sorpresa perché
un uomo che ha una tale responsabilità pubblica dovrebbe informarsi prima di
parlare pubblicamente. Informarsi bene.
Forse non sa, non solo che a Cuba l’omosessualità non viene punita dalla
legge, ma che in parlamento giace una proposta di “unione legale” che darà
agli omosessuali gli stessi identici diritti che hanno gli eterosessuali
quando vi è un’unione consensuale fuori dal matrimonio. A sentire le vostre
associazioni gay, mi pare di capire che in Italia c’è molto dibattito e
proteste proprio su questo argomento. Insomma mi pare che da voi ci sia
molta insoddisfazione tra gay, lesbiche e transessuali. Forse il signor
Rutelli dovrebbe occuparsi degli italiani. Dei cubani già ci stiamo
occupando noi».
Mariela Castro è la direttrice del Cenesex, il Centro cubano di educazione
sessuale che, da diversi anni (era diretto da sua madre) si batte per far
avanzare la battaglia sui diritti. L’occasione per parlarne è un incontro,
ospitato dalla provincia di Firenze e organizzato dal Programma per lo
sviluppo dell’Onu (Undp) che ha per oggetto il «rispetto delle differenze».
Una battaglia che non incontra difficoltà?
Certo che ne incontra, come ovunque e soprattutto in società contrassegnate
da «machismo» e da scarso rispetto delle diversità. Così a Cuba e così mi
pare in Italia. Ma i successi ci sono. Ereditammo il codice spagnolo che
puniva gli omosessuali che «davano scandalo» pubblico, ma che comunque non
prevedeva per loro la pena capitale: con la Rivoluzione, il movimento
femminile negli anni Ottanta cominciò una vera e propria lotta che ha
cambiato la cultura cubana. Già dal ‘79, ad esempio, i transessuali sono in
carico al sistema sanitario nazionale. C’è ancora molto da fare certo ma
stiamo lavorando: adesso è in corso una campagna di educazione sessuale
attraverso la stampa e facciamo pressione sui parlamentari con la nostra
rivista e le nostre raccomandazioni (a marzo la Giunti pubblicherà una guida
per adolescenti del Cenesex dove si parla apertamente di omosessualità ndr).
Ad esempio?
Miriamo a una cultura sempre più aperta verso omosessuali, bisessuali,
transessuali. E’ già stato approvato che le operazioni chirurgiche richieste
dai trans siano a carico dello stato.
Le reazioni?
Positive secondo i sondaggi anche tra leader religiosi, intellettuali, la
gente in generale. Prima della rivoluzione, Cuba era una società razzista e
maschilista ma le leggi sono andate verso l’affermazione delle pari
opportunità.
La nuova legge sui diritti delle coppie omosessuali?
Alcuni pensano che potrebbe passare per decreto ed essere poi approvata dal
Consiglio di stato. Altri che se ne debba occupare il parlamento. Preferirei
questa seconda opzione. Cambiamenti come questo devono essere oggetto di
condivisione.
Torno alla pena capitale. A Cuba è in vigore
L’ultimo caso è di diverso tempo fa e riguardava un attentato alla sicurezza
dello stato. Ma se mi chiede la mia opinione personale, ritengo che dovrebbe
sparire dalla legislazione dell’intero pianeta. Ma tante altre cose devono
cambiare. Deve essere condannato anche il terrorismo di stato e i paesi che
ne invadono altri.
Ma anche sui transessuali qualcosa sta cambiando:
Cuba. Pacs, omosessuali, transessuali
Entro dicembre il parlamento cubano dovrebbe approvare un progetto di
legge «d’avanguardia» che consentirà ai transessuali di cambiare sesso. E
come tutta la sanità, anche l’operazione chirurgica e l’assistenza
psicologica saranno gratuite. Poi pare che si comincerà a discutere
sull’opportunità di legalizzare i matrimoni gay, ma soprattutto le unioni
consensuali, che secondo le la mentalità e i costumi dell’isola, anche fra
le coppie eterosessuali, sono molto più frequenti.
Il cambio d’identità sui documenti è da tempo possibile: se Mario (Mario
come il personaggio della telenovela gay che ha appassionato e diviso
l’isola) decide di chiamarsi Lola, basta che si rechi in circoscrizione
con 4 foto recenti. Per il cambio di sesso vi è già la lista d’attesa come
ci dice Wendy, la bionda receptionist in minigonna che ci accoglie al
Cenesex (Centro nazionale di educazione sessuale) e che sarà tra i primi a
sottoporvisi.
«Voglio portare la rivoluzione che mio zio Fidel e mio padre Raul fecero
47 anni fa sul terreno della sessualità», dichiara Mariela Castro Espìn,
43 anni, 3 figli, sessuologa, direttrice del Cenesex e principale
promotrice del progetto di legge.
Incontriamo la figlia di Raul Castro e Vilma Espìn (la potente presidente
della FMC, Federazione delle donne cubane), alla fine della giornata di
lavoro nel giardino del suo ufficio all’Avana.
Le dispiace se prima parliamo un po’ di suo padre?
Un padre meraviglioso, attivo, spiritoso, rispettoso, presente. Da
piccola, pur essendo già ministro della difesa, mi accompagnava a scuola
ogni mattina e assisteva alle riunioni con i maestri. Non parlo di lui sul
piano politico, del quale peraltro io sono molto orgogliosa e convinta che
saprà portare avanti gli obiettivi della rivoluzione, ma insisto che sul
piano umano la sua allegria e la sua simpatia, i suoi scherzi e il suo
affetto ci hanno sempre accompagnato. Nella vita pubblica appare assai
riservato e schivo, ma in quella privata è un uomo molto diverso.
Tornando al suo lavoro, lei sta provando a rettificare uno dei più gravi
errori commessi, almeno agli inizi, dalla rivoluzione guidata anche da suo
padre contro gli omosessuali?
Sì, quello fu uno degli errori della rivoluzione, fine anni ‘60 e inizi
dei ‘70. Anche se non fu tanto il frutto di una politica esplicita bensì
di attitudini socio-culturali storiche derivate dalla nostra eredità
culturale spagnola.
Parliamo di machismo?
Viene usato il termine machismo, ma si tratta di un fenomeno molto più
complesso che fa sì che, anche a Cuba, la donna non venga considerata
importante quanto l’uomo e gli omosessuali delle persone decenti. Più
tardi gli errori furono superati, ma ciò non significa che i costumi, il
modo di pensare omofobico e anche le discriminazioni rispetto alle donne
siano stati cancellati dalle politiche che favoriscono l’equità di genere,
l’uguaglianza dei diritti della donna, il rispetto dei diversi
orientamenti sessuali. Anche se il superamento di questi problemi a
livello politico e legislativo è un fatto, non vuol dire che i problemi
siano risolti alla radice: c’è ancora molto lavoro da fare.
Se il parlamento approverà la sua legge, Cuba sarà all’avanguardia su
queste tematiche non solo in America latina ma anche nel resto del mondo e
in Europa. Più avanti della stessa Spagna di Zapatero…
Non mi interessano i paragoni. Io plaudo a tutto quello che viene fatto
nel mondo per il bene di queste persone. Posso dire che noi abbiamo scelto
di iniziare dai transessuali perché sono i più vulnerabili, hanno più
necessità dal punto di vista della salute fisica e psicologica.
Lei ha detto che per portare avanti questa battaglia è stata decisiva la
protesta di un paio d’anni fa proprio qui davanti al Cenesex di un gruppo
di transessuali, dopo una reazione spropositata della polizia contro di
loro, in due zone dell’Avana dove si riunivano e si prostituivano, di
fronte alle lamentele della popolazione, dei turisti e della Gioventù
comunista…
Sì, invece di cercare risposte più logiche, i compagni poliziotti
arrestarono, in modo del tutto arbitrario, chiunque sembrasse un trans,
gay o lesbica. L’indomani, una volta liberi, le vittime della retata
vennero da noi ad esigere il rispetto dei loro diritti.